Giovanni Tironi -
Arese (MI) Arese,
17.11.2000
Domenica 8 Ottobre, di primo mattino assisto alla vittoria di Schumacher
che così è
laureato
campione del mondo di Formula 1. Fuori dalla mia baita di montagna in alta
Valsesia il
tempo é buono, di mattina é freddo qui a 1300 metri ma non c'é una nube; le
drammatiche alluvioni devono ancora arrivare.
Nel primo pomeriggio tornerò ad Arese dove risiedo; per un ciclista è
inaccettabile, senza alcuna giustificazione, non sfruttare la mattinata per un
buon allenamento (allenamento per cosa non l'ho mai capito, però ogni uscita é
- chissa perché - un allenamento). Così preparo meticolosamente la mia
mountain bike, é una vecchia bicicletta che dopo alcuni anni di buon servizio l'ho
portata e lasciata qui per
utilizzarla nei week end che passo in montagna.
Gomme alla giusta pressione, catena ben lubrificata, pedali liberi senza
gabbiette, una si é rotta recentemente, le sostituirò presto.
L'itinerario é il solito di quando non c'é molto tempo, di quando non si ha
voglia di caricare la bicicletta in auto, o di quando c'è poca motivazione a
far fatica. Dopotutto andiamo verso l'inverno e le lunghe uscite sono alle
spalle. Andrò in Val Vogna forse per la trentesima volta: sono 22 chilometri
metà asfaltati con buona salita e metà su mulattiera, tempo previsto un'ora e
trenta.
E' già indispensabile coprirsi bene qui in montagna, soprattutto perchè il
primo chilometro é in ripida discesa asfaltata. Anche senza pedalare la
velocità é subilo alta con questa pendenza, ricordo proprio qui l'inverno
scorso trovai del ghiaccio, feci una brutta caduta, niente di grave però dopo
un mese di fermo imparai ad essere più cauto.
Oggi non c'è ghiaccio, l'asfalto é asciutto. Fa freddo: o andar piano con
l'illusione di sentirlo meno, o andare a tutta velocità per espormi solo pochi
minuti, poi comincerà la mulattiera. Decido per la seconda possibilità:
massimo rapporto disponibile e giù a tutta.
Guardo il computerino: 58 chilometri orari, con le pedalate vado fuori giri,
perdo la presa su un pedale, in un lampo la bici si impenna, poi un colpo
violentissimo contro l'asfalto. Non
riesco a rialzarmi, non riesco a parlare a chi, accorso, mi vuole aiutare.
Rifiutando l'idea di essermi fatto davvero male non accetto l'aiuto. Riprendo la
bici e trascinandola appresso tento di tornare a casa. Bastano
quattrocento metri per rendermi conto di avere alcune fratture alle costole.
Oggi, a distanza di quaranta giorni e ancora convalescente, ripenso
all'ambulanza, alla diagnosi all'ospedale di Borgosesia: tre costole fratturate,
più la clavicola, e la perforazione del polmone, oltre alle immancabili botte
in ogni parte del corpo che di giorno in giorno si evidenziano.
Dopo incidenti più o meno gravi nel racconto degli amici c'è l'impazienza di
voler tornare al più presto in bicicletta: sinceramente facendo il conto di
quanto sto pagando non sento assolutamente questa fretta. Anzi.
il dolore é stato tanto i primi giorni; la bretella per aggiustare la clavicola
é una tortura, probabilmente in tutta la mia vita (48 anni) non ho mai preso
tanti medicinali come ora: antibiotici, antinfiammatori, cortisone, eccetera.
Forse tra non molto tornerò a pedalare, le brutte esperienze si dimenticano
presto, ma ci vorrà molto perchè possa tornare all'altra mia passione:
l'arrampicata.
Ragazzi, ricordiamoci il vecchio detto. Ci sono due categorie di ciclisti:
quelli che sono già caduti e quelli che non lo sono ancora. Per non finire
subito nella prima categoria mettiamo le gabbiette ai pedali!